Consigli personali e opinioni dei consumatori pubblicati online sono considerate affidabili

Luglio 15, 2009

Secondo quanto riportato dall’ultima indagine semestrale Nielsen condotta su oltre 25.000 consumatori di 50 Paesi del mondo, a livello globale i consigli personali e le opinioni pubblicate online dai consumatori rappresentano le forme di advertising ritenute più affidabili.

L’indagine Nielsen, la più vasta nel suo genere, ha evidenziato che nove consumatori internet su dieci (il 90%) si fidano dei consigli di persone che conoscono, mentre sette su dieci (il 70%) si fidano delle opinioni dei consumatori pubblicate online. In Italia queste due forme di pubblicità sono in assoluto quelle di cui i consumatori si fidano maggiormente, con un gap minore in termini percentuali tra i consigli di persone che si conoscono (l’85%) e quelli pubblicati online (l’80%).

Le aziende che investono in pubblicità saranno comunque incoraggiate dal fatto che a livello globale la percentuale di consumatori che si fida delle opinioni pubblicate online (70%) è la stessa rilevata per i siti web dei marchi. Quest’ultima risulta essere la prima tipologia tra quelle di advertising gestite direttamente dalle aziende.

“L’esplosione dei Consumer Generated Media negli ultimi due anni – ora stiamo monitorando oltre 100 milioni tra blog, forum e gruppi di discussione – implica che la fiducia posta dai consumatori nel passaparola è aumentata notevolmente, sia che i suggerimenti provengano da persone che conoscono o da consumatori online che non conoscono,” ha dichiarato Jonathan Carson, Presidente di Online, International, The Nielsen Company.
“Tuttavia notiamo che anche la maggior parte delle forme di advertising gestite dalle aziende hanno fatto registrare aumenti nei livelli di fiducia ed è possibile che la rivoluzione dei Consumer Generated Media abbia spinto gli investitori pubblicitari ad utilizzare una forma di messaging più realistica, basata sull’esperienza dei consumatori piuttosto che sui nobili ideali delle aziende” ha aggiunto Carson.

L’indagine sulla fiducia nell’advertising è stata affrontata per la prima volta nell’aprile 2007 e da allora  la sponsorizzazione del brand ha fatto registrare il massimo aumento nel livello di fiducia: dal 49% dei consumatori internet dell’aprile 2007 al 64% dell’aprile 2009 – un aumento di 15 punti percentuali.

Le sponsorizzazioni dei marchi sono seguite a breve distanza dagli spot proiettati prima dei film con un aumento di 14 punti percentuali (dal 38% al 52%) e  dai consigli personali che, con un aumento del 12% sono passati da 78% dell’aprile 2007 al 90% dell’aprile 2009 (grafico 2).

I consumatori italiani sono al secondo posto (80% degli utenti internet) tra coloro che si fidano delle opinioni pubblicate online preceduti solo dai vietnamiti (81%), e seguiti dai cinesi e dai francesi (77%). Di contro le opinioni online tendono ad essere poco credute in Argentina (46%) e in Finlandia (50%).

Quando si tratta di aver fiducia nelle sponsorizzazioni dei marchi, i paesi dell’America Latina sono al comando con l’81% dei consumatori sia in Colombia che in Venezuela e con il 79% dei brasiliani che credono in questa forma di pubblicità. Dall’altro lato, le sponsorizzazioni hanno un’importanza minima fra i consumatori online svedesi (33%), lettoni (36%) e finlandesi (38%). L’Italia con il 59% degli utenti internet che si fida di questa forma di pubblicità, si posiziona all’incirca a metà classifica.

I siti web dei marchi hanno la massima importanza in Cina (82%), Pakistan (81%) e Vietnam (80%), mentre  tendono ad essere poco creduti dai consumatori svedesi (40%) ed israeliani (45%). In questo caso, l’Italia con il 64% degli utenti internet che si fida dei siti web dei marchi, si posiziona al 28esimo posto nel ranking tra i 50 paesi dove è stata condotta la survey.

“Le differenze regionali forniscono agli uomini di marketing una chiara guida su dove concentrare la loro strategia pubblicitaria nei diversi paesi. Inoltre è stato dimostrato che, malgrado l’autorità del passaparola, quando si tratta del processo di decision-making dei consumatori, gli investitori pubblicitari hanno ancora l’ultima parola. Studi condotti da Nielsen in passato hanno dimostrato che la maggior parte delle persone che pubblica commenti online ha visitato il sito web o ha inviato un feedback via mail all’azienda prima della pubblicazione. Il sito web e il relativo feedback rappresentano una straordinaria opportunità per gli investitori pubblicitari per influenzare le opinioni dei consumatori prima che queste raggiungano le masse digitali,” ha commentato Carson.

Sebbene i siti dei marchi abbiano la percentuale più alta tra i consumatori internet, la survey mostra che altre tipologie di pubblicità digitale hanno livelli di fiducia inferiori rispetto alle campagne su mezzi tradizionali come gli annunci in TV, radio, riviste e quotidiani – nonostante quest’ultima sia l’unica forma di pubblicità a sperimentare un calo della fiducia rispetto all’indagine del 2007. 
I messaggi pubblicitari su telefoni cellulari (24%), banner online (33%), video online (37%) e nei risultati dei motori di ricerca (41%) sono le forme di pubblicità che sembrano generare un minor livello di fiducia.

“Nonostante il grande aumento della popolazione internet mondiale e l’impennata del tempo speso online, il settore deve ancora attrarre investimenti pubblicitari in linea con i livelli attuali di consumo di internet. L’indagine evidenzia che c’è ancora del lavoro da fare per spostare gli investimenti pubblicitari dai mezzi tradizionali all’online. Per modificare questa tendenza è necessario fermarsi e rivedere il modo in cui la pubblicità viene servita online, così da farlo diventare un mezzo più efficace per gli investitori e una tipologia di advertising in cui i consumatori possano riporre una maggiore fiducia” ha concluso Carson.


Do you know your enemy? – A competitive intelligence primer Heather Rubesch

Luglio 14, 2009

Green Day I got a call this week from a friend and former colleague. He was at an industry conference and wanted to vent some frustration. You see he discovered after arriving that his competitor has an almost identical product to his and he was finding it difficult to differentiate “on the fly”. After a short conversation I determined it wasn’t a failure of product development but rather of competitive intelligence that plagued my dear friend. He wasn’t given an opportunity to Zig while the others Zagged and improve his brand position in the marketplace. There was little I could do for him as he stood on the conference show floor but in the future I recommend: 1) Data Mining This isn’t rocket science. Start with our old friend Google and type in “link:www.xyzcompany.com”. This will tell you what websites have links to the company you are researching. While you will likely get some basic information off the companies own website but who they are partnering with or affiliated with is of more use if they are a competitor of yours. Marketresearch.com and Hoovers are also good place to start digging up articles and information on competitors. 2) Ask around Chances are if this company has been a competitor for a while there is a lot of heresy information already floating around in your organization. Email your sales force and see who came up against them in previous sales. If you hear of a recent win against the company ask to speak to the customer who selected you. Customers are often willing to share their internal decision spreadsheets and pro/con lists after the selection process is over. In fact I have had customers who are more than willing to do a post mortem of the overly involved and arduous process they went through to make a purchase decision. This data is competitive intelligence gold when preparing for the next battle. 3) Third party street cred Analysts, journalists, bloggers exist for almost every industry. It pays to make friends with a few of them. This isn’t going to be where you score super secret “inside” information but it is a good place to bounce some ideas around. Enlisting a few friends from this community can get your products and services mentioned in more trade publications along side your competitors and cultivating those relationships can allow the competitive analysis to be done in a public and objective forum. You have to be willing to accept that not always will your company receive the most favorable standing or mention but it gives you a measuring stick to work from. 4) The enemy of my enemy is my friend Did your competitor recently go through nasty breakup with a partner or vendor? Where they in merger talks that fell apart? It doesn’t hurt to contact that other party to see if there is mutual interest. You might just find a match made in heaven or at the very least some insight as to why your competitor chose to go in a different direction. An important note: Not all competitive intelligence is fair play. Get acquainted with the Economic Espionage Act . The first rule of ethical competitive intelligence is honesty. Be honest about who you are and why you want the information you are seeking. This article from Bnet gives some common sense rules to follow. If in doubt the Society of Competitive Intelligence Professionals can be a guide for what is and isn’t inbounds. As you can see competitive intelligence doesn’t have to be a costly or difficult part of your marketing efforts. It does take time and attention to develop the small pieces of scattered information that you are able to gather into a library of data but at the end of the day you can make even 007 proud of your sleuthy skills.


Interview with Dave Evans. Part 2, ROI of Social Media Monitoring

Luglio 9, 2009

Social Media for Competitive Intelligence

Luglio 9, 2009

Thomas Schael: Customer Experience Management (CEM) – Voice Com News 1/2009

Luglio 9, 2009


Indagini di mercato per il lancio di nuovi prodotti

Luglio 6, 2009

Ing. Simone Lovati,

“In tempo di crisi è vietato sbagliare. Per questo le fasi che precedono il lancio di un nuovo prodotto sul mercato diventano sempre più strategiche per le aziende. Che ora coinvolgono i consumatori per provare prototipi, testare giochi e assaggiare snack…”

Mi è venuto un dubbio e ho trovato al tempo stesso delle conferme:
 

1. IL DUBBIO:

Ma siamo sicuri che il consumatore è considerato veramente un RE?
Perché fino a prova contraria in più di 12 anni di esperienza nella consulenza strategica, io di gente che fa sul serio da questo punto di vista ne ho vista ben poca.
Sia ben inteso di indagini ne ho seguite parecchie, ma, nonostante i miei sforzi per ottenere davvero dei risultati da questo punto di vista, mi son trovato spesso di fronte manager più preoccupati di trovare delle conferme alle proprie certezze che interessati a mettersi in discussione e ad IMPARARE dalle persone (ecco, a proposito, se sono RE veri, smettiamola di chiamarli consumatori…)
 

2. LA CONFERMA:

Fare e sbagliare costa un sacco di soldi in più di quelli necessari prima per pensare.
In tempi di crisi, in cui le certezze sembran cadere e l’ansia da prestazione la fa da padrone, le indagini di mercato, i focus group, le indagini sul campo e più correttamente lo studio delle persone vive una vera e propria esplosione…è l’occasione per capire che è meglio pensare e poi agire, anche per i più entusiasti
 

3. LA CERTEZZA:

Le indagini di mercato NON sono SOLO per i colossi del consumo, sono un passo obbligato per il lancio di tutti i prodotti e servizi, anche per quelli industriali.
Studiare come le persone risolvono i propri problemi, assolvono alle proprie esigenze è fondamentale se avete una buona idea da proporre, sia che il vostro prodotto sia un macchinario industriale che una soluzione finanziaria.
Serve a scoprire se la vostra idea sarà un vero e proprio business, serve a interpretare se e come va trasformata, NON serve solo a testare, cari signori, serve soprattutto ad imparare!

Nasce a Roma la task force europea contro i crimini elettronici

Luglio 2, 2009

Un accordo tra Polizia, Poste Italiane e il Secret Service americano dà vita a un organismo che lotterà contro le frodi informatiche.

[ZEUS News - www.zeusnews.com - 01-07-2009]

Roma non è soltanto la sede del Centro Nazionale Anticrimini Informatici, creato per proteggere le infrastrutture del nostro Paese dagli attacchi dei “criminali elettronici”: lì ci sarà anche la centrale opeartiva della European Electronic Crime Task Force.

La Ectf è un organismo, creato dall’intesa tra Polizia, Poste Italiane e Secret Service americano, che si pone come obiettivo “analisi e ricerca sulla criminalità informatica” per incrementare la sicurezza delle operazioni finanziarie svolte telematicamente”“, come ha spiegato Antonio Manganelli, capo della Polizia.

Uno dei fronti principali su cui la Ectf sarà impegnata è la protezioni dalla frodi finanziarie informatiche, un campo in cui la lunga esperienza del Servizio Segreto Usa (che già coordina 59 task force operanti proprio in questo campo) tornerà sicuramente utile.

“Tutte le persone che usano internet devono poterlo fare in assoluta sicurezza” ha dichiarato l’amministratore delegato di Poste Italiane, Massimo Sarmi, sottolineando come sia sconsigliabile sottovalutare la pericolosità della situazione.

“Solo stamattina abbiamo subito ben 7 attacchi di phishing” ha continuato Sarmi, rivelando che “un campione del crimine informatico ha poi addirittura stabilito il record di passaggio in 39 secondi dal furto del’identità elettronica al prelevamento del denaro dal distributore”.


La strada per il loyalty program

Luglio 1, 2009
In un mercato dove i clienti diventano prosumer e il CRM non può prescindere dalla fidelizzazione, i loyalty program conquistano ogni settore, dal fashion al petrol passando per il farmaceutico.

La competizione cresce insieme all’ “abitudine” di possedere una fidelity card per ogni negozio o catena, spesso della stessa industry. La concorrenza impone grandi sforzi ai retailer, ma soprattutto la necessità di investire nella strategia vincente.
Esistono regole per creare un loyalty program efficace? Seppur premi accattivanti e una comunicazione mirata possono fare la differenza, la sfida si vince (o perde) nell’analisi e nella strategia. Serve infatti un metodo per ciascuna delle fasi chiave del management del programma di fidelizzazione: progettazione, impostazione e lancio, gestione e revisione.
 
 
Ecco qualche suggerimento per realizzare operativamente una campagna fedeltà di valore.
 
 
1.   Nella fase di PROGETTAZIONE è necessario:
  • Condurre analisi di mercato
  • Definire gli obiettivi strategici e le performance attese
  • Scegliere il concept del loyalty program (per esempio adesione gratuita o a pagamento, sistema di raccolta punti o benefici agevolati derivanti dall’appartenenza alla community, inclusione di sconti, premi fisici e/o intangibili, ecc.)
  • Valutare la fattibilità tecnico – economica
  • Prevedere gli impatti tecnologici e gli effetti sulla struttura organizzativa
  • Considerare aspetti legali e amministrativi (trattamento dei dati personali, documenti privacy, trattamento fiscale di punti e premi, ecc).
 
2.      IMPOSTAZIONE e LANCIO richiedono il coinvolgimento di diverse competenze e figure professionali. Marketing e comunicazione sono chiamati a definire:
 
  • Piano commerciale
  • Piano di comunicazione (spesso in outsourcing ad agenzie partner)
  • Impostazione delle meccaniche (modalità di accumulo punti, modalità di redemption, definizione dei premi e di soglie coerenti, ecc.)
  • Regolamento del programma
  • Creatività e produzione delle plastic card o altro kit di benvenuto, moduli di adesione, materiale di comunicazione
  • Alla stessa unità è affidata la realizzazione del catalogo premi e tutte le operation di magazzino, logistica, resi.
 
 
Il cambiamento richiede coinvolgimento: è opportuno prevedere un piano operativo e organizzativo di lancio, nonché l’adeguata formazione di tutto il personale, soprattutto quello a diretto contatto con il cliente.
 
 
E’ inoltre fondamentale ricevere adeguato supporto legale e fiscale nonché tecnologico scegliendo tra l’ampia offerta di software per il CRM e piattaforme operative specifiche.
 
 
3.      La GESTIONE è la fase più articolata e complessa poiché implica innumerevoli e diversificate operazioni:
 
  • Data entry e trattamento delle anagrafiche
  • Analisi dello storico del Customer Data Base e dei nuovi flussi informativi provenienti da Card, Scontrini, Punti vendita
  • Analisi di Marketing a supporto della attività di comunicazione
    • Segmentazione dei clienti sulla base dei comportamenti d’acquisto
    • Identificazione di gruppi a maggior potenziale per influenzare le abitudini di consumo (incrementare i volumi di spesa, invogliare alla fedeltà, incentivare il passaparola…)
    • Identificazione dei clienti a rischio abbandono, per pianificare interventi specifici di recuper
    • “Animazione della campagna” mediante acceleratori, doppi punti, promo nella promo, concorsi, ecc.
    • Pianificazione delle attività promozionali sui tutti i diversi canali disponibili (SMS, email, posta tradizionale, punto vendita, sito web, altri media…
    • Identificazione di eventuali partner da coinvolgere, coerenti con il posizionamento dell’azienda e della campagna
    • Monitoraggio del gradimento del programma fedeltà e dei premi e benefici proposti
  • Analisi logistiche:
    • Gestione operativa dei punti e delle prenotazioni dei premi
    • Previsioni andamento campagna e uscita dei premi
    • Monitoraggio delle uscite dei premi
  • Fraud Detection: prevenzione e gestione delle frodi
  • Customer care
 
4.      A programma avviato sarà utile valutare i risultati ottenuti prevedendo specifiche attività di revisione come controllo sui processi, valutazione dei risultati e individuazione di eventuali assi di miglioramento.
 
 
‘Last but not least’. Se il fine ultimo di un loyalty program è il monitoraggio del comportamento dei clienti collegando ogni acquisto ad un profilo, sarà fondamentale condurre analisi continuative e business insight per conoscere i comportamenti di consumo allineando le strategie alle informazioni disponibili.
 


7thFLOOR Magazine Issue 12

Luglio 1, 2009

Creare Una Startup Web In Italia In Dieci Passi: Il Caso PassPack

Luglio 1, 2009

Creare Una Startup Web In Italia In Dieci Passi: Il Caso PassPack

Come e dove trovare gli ingredienti per farcela nel Mondo 2.0. Lo racconta Tara Kelly, Presidente e Founding Partner di Passpack.com, startup italiana di gestione delle password online.

Una favola americana, The Little Engine That Could, narra di un trenino che deve portare un grosso carico su per una collina ripidissima. Un’impresa impossibile, dicono tutti. Ma il trenino aggancia lo stesso il carico e sale incitandosi per tutto il tempo: “ce-la-fac-cio–ce-la-fac-cio.”  E infine, ce la fa. Sulla discesa si ripete felicemente “lo-sa-pe-vo–lo-sa-pe-vo.”

Io sono americana, vivo a Roma da 12 anni, ed ho fondato una startup web: Passpack. Non so quante volte mi hanno chiesto: “Come hai fatto? In Italia poi!” Intanto non è che ho fatto, sto facendo, anzi stiamo facendo. Con il mio co-fondatore, abbiamo già trasformato Passpack da un’idea in un prodotto e in un’azienda che dovrà ancora pedalare molto prima del gran finale.

Vorrei tanto dire che basta dotarsi della buona volontà del trenino per farcela. Non è così. L’ottimismo è necessario, ma la ricetta completa prevede anche denaro (molto), energia (perpetua), contatti (una rete viva), fortuna (un pizzico) e… l’idea (fondamentale).

Ecco quindi i dieci passi concreti per chi di voi se la sentisse di provarci.

1. Farsi un’idea

Tutte le startup nascono da un’idea, una sola. Se ne avete dieci, scartatene nove. Quella migliore è generalmente la più semplice. Deve essere innovativa perché altrimenti ci staranno già pensando in molti. Soprattutto deve essere la soluzione di un vostro problema.

 

Il caso Passpack è emblematico. In viaggio, avevamo bisogno delle nostre password e abbiamo pensato che dovevamo accederle da internet. Esigenza condivisibile da tanti e che richiedeva innovazione tecnologica per essere messa in atto. Idea semplice e innovativa: fatto!

2. Raccontarla ai quattro venti

Fatta l’idea, raccontatela a tutti. Più ne parlate, più l’idea diventerà incontestabilmente vostra. Se starete zitti, diventerà probabilmente proprietà di un vostro competitore.

Raccontarla avvierà anche la costruzione di quella rete di contatti che sarà vitale a venire. Troverete anche chi penserà che sia un’idea pessima. Ottimo! Bisogna trasformare le opinioni negative in informazioni utili per fronteggiare le future obiezioni degli investitori, in ordine, e a raffica: Che cos’è? A chi serve? Se è una così buona idea, perché nessun altro l’ha avuta?

Raffinando le risposte, la vostra idea si trasformerà in una vision. Godetevela. E soprattutto, raccontatela.

3. Passare dalle parole ai fatti

Avete la visione? Ora create il prodotto. Fate leva sulla vostra rete e costruite un team agile di due-tre persone che renda l’idea realtà. Congratulazioni, state diventando dei founder.

4.  Piccola esplorazione del mercato

Prendete il neonato prodotto e lanciatelo, senza aspettate che sia perfetto. Quale modo migliore per assicurarsi che sia quello che vuole il mercato che non farlo evolvere insieme al mercato stesso?

E’ fondamentale quindi che il mercato sappia di voi. Per fortuna, è facile trovare eventi per il lancio. Passpack è stata lanciata a LeWeb3 a Parigi. Altri eventi sono DEMO, Web 2.0 Conference, The Crunchies o Library House.

5. Pianificare, pianificare, pianificare

Mentre il prodotto evolve, cominciate a stendere un business plan – oggetto di incalcolabile importanza per voi e la vostra idea. Dovrete definire i passi da compiere per trasformare il prodotto in azienda. Scrivendolo, conoscerete meglio la dimensione del mercato, il profilo dei futuri clienti e il valore della vostra azienda da qui a 3-5 anni.

Gli investitori vogliono vedere in voi la conoscenza che ne ha accompagnato la stesura. E’ la conoscenza del mercato (e la convinzione assoluta di farcela) che cercano.

6. Angeli, enti e altri essere terreni

Ecco che siamo arrivati al dunque: i fondi. Ci sono? Certo. Passpack ha ricevuto due infusioni di capitali: la prima più contenuta da amici che hanno creduto in noi, i cosiddetti friends & family; la seconda più sostanziosa da parte di investitori professionisti, detti angels.

 

Ma chi sono questi angeli? Qui un paio di nomi importanti sulla scena italiana: Italian Business Angels Network e Italian Angels for Growth. Due grossi gruppi di investitori in attesa  della next big thing. Meglio arrivarci tramite qualcuno che vi introduca come persone serie e affidabili. Non trascurate anche canali formali come Sviluppo Italia (oggi Invitalia) e BIC (soprattutto quelli regionali come BIC Lazio, FILAS, etc.). Magari posso fare da ponte (come è successo a Passpack).

7. Ci vogliono soldi per fare i soldi

La ricerca dei fondi è stremante. Dovrete viaggiare fra città e città e preparare le presentazioni (spesso in inglese) e i financials. Se non sapete come fare, fatevi aiutare da qualcuno che lo sa.

 

Non sottovalutate i costi del fundraising. Tempo e denaro voleranno dalla finestra. E’ qui che subentra spesso il finanziamento friends & family. Ma attenzione a chiedere una mano solo a chi può senza rischiare troppo. In cambio darete loro una piccola fetta (attenzione, in tutto mai più del 5-10%).

8. Ci sposiamo?

Vi siete finalmente trovati. Voi siete i fondatori con il prodotto. Loro sono gli investitori con i soldi. Avete bisogno gli uni degli altri. Ma prima di entrare in società, vorranno sapere tutto, ma proprio tutto, ed è giusto che sia così.

 

La due diligence è una fase delicata. Dovrete chiudere i rapporti con qualsiasi altro investitore interessato per permettere ai vostri di sondare il business nel profondo. Reggetevi forte, e siate onesti. Alla fine, se passerete la prova, scatterà la negoziazione. Una tortura, ma se andrà bene, avrete un importante alleato al vostro fianco.

8. Alleluia, i fondi!

In Italia l’investimento privato è spinoso da gestire per una startup. Un commercialista specializzato sarà il vostro miglior consigliere. Servirà anche un buon notaio. Ma poi archiviate le scartoffie – si parte! Non c’è tempo da perdere, avete un’azienda da far crescere.

Per capirci, in solo quattro mesi dal funding, Passpack è passata da impresa casalinga con solo i due soci fondatori, ad un’azienda con dieci dipendenti, sedi a Roma e Bologna e una rappresentanza a San Francisco.
Quattro mesi!!

 

Se non avete esperienza di gestione dei dipendenti, fatevi affiancare. Per i contatti sul suolo estero, iscrivetevi a network dedicati (come BAIA).

9. Si ricomincia: i fondi Venture Capital

State mettendo in atto quel piano che tanto vi è costato creare. Siete alla conquista del mercato, vi difendete dai competitori, il personale cresce e il prodotto decolla. Ma serviranno altri fondi a brevissimo o imploderà tutto sul più bello.

Entrano in scena i venture capitalist. Alcuni fondi venture in Italia sono 360 Capital Partners, Meta Group e Innogest. Si parlerà di tanti soldi. Ma prima di farvi abbagliare da tutti quegli zero, riflettete. Siete stati fedeli alla vostra idea? Se siete fuori rotta, dovrete raddrizzarla ora. I venture cambieranno l’assetto dell’azienda, dopo non vi sarà più possibile agire con agilità.

10. This way out

Perché avete fatto tutto questo? Soldi? Fama? Passione? Forse un po’ di tutto. Ma gli investitori lo hanno fatto per avere un ritorno di almeno 10-15 volte rispetto all’investimento fatto. Sono due le opzioni di uscita: quotate la società in borsa oppure vendete ad un attore più grosso. In entrambi i casi, l’aumento del valore delle azioni darà a tutti i ritorni (si spera) attesi.

 

E l’ottimismo che fine ha fatto? In ognuna di queste fasi vi troverete a pensare che se qualcuno vi avesse detto che avreste dovuto reggere questi ritmi avreste ringraziato e lasciato stare. Per sopravvivere, dovrete tenere altissimo il livello di ottimismo.

Cominciamo da subito, ripetete con me: “ce-la-fac-cio–ce-la-fac-cio–ce-la-fac-cio–ce-la-fac-cio…”

di Tara Kelly

Tara Kelly è Presidente e Founding Partner di Passpack.com – gestore di password online che permette a chi viaggia di stare sempre al sicuro, e mai senza le proprie password. Il servizio è gratuito.

Il suo blog è: http://www.taralynkelly.com/blog/